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Assistenza integrativa. È il benefit più desiderato per il 34% dei dirigenti e quadri italiani

I benefit aziendali legati all’assistenza sanitaria, sono visti come un contributo fondamentale per il benessere dei manager (soprattutto per i più giovani) e delle loro famiglie. Lo rivela la ricerca Ipsos per Assidai, fondo sanitario integrativo di Federmanager che compie 25 anni. “Ma sanità integrativa è ancora poco conosciuta”.

Il 34% dei manager chiede alle aziende più assistenza sanitaria. Lo rivela la ricerca di Assidai (il fondo sanitario integrativo senza scopo di lucro nato su iniziativa di Federmanager nel 1990 che oggi compie 25 anni) ‘L’identità del manager italiano, il best place to work e l’assistenza sanitaria integrativa’, condotta da IPSOS su un campione di circa 3000 dirigenti e quadri responsabili di risorse umane operanti nel settore dell’industria, al fine di comprendere che ruolo ricopre oggi il manager all’interno dell’azienda, la sua evoluzione negli anni e quali sono le sue esigenze.

Riguardo alle capacità necessarie, il quadro che emerge dalle risposte di dirigenti/quadri e responsabili delle risorse umane è che il manager di oggi deve avere soprattutto “Capacità di sviluppare competenze e valutare persone (62%)”, “Capacità organizzativa (61%)” e “Saper gestire i cambiamenti (55%)”.

Assidai, proponendosi di presentare un quadro dello scenario manageriale italiano, ha anche identificando le principali caratteristiche delle alte professionalità e del best place to work, all’interno del quale è sempre più evidente l’importanza che rivestono i benefit aziendali legati all’assistenza sanitaria, visti come un contributo fondamentale per il benessere dei manager e delle loro famiglie.

Secondo i manager italiani, il best place to work è un ambiente con una visione di futuro, in grado di coinvolgere attivamente i manager nelle decisioni aziendali e di curare la crescita professionale dei propri dipendenti. Affinché il luogo di lavoro possa definirsi il best place to work, è necessario che si rispettino caratteristiche di onestà e correttezza, ma anche che vengano offerti ai lavoratori diversi benefit e servizi.

Tra questi, un ruolo sempre più importante lo riveste il ruolo dell’assistenza sanitaria, soprattutto per i più giovani, che lo considerano un fattore discriminante per la permanenza nel posto di lavoro. Nello specifico gli strumenti di welfare aziendale più richiesti da dirigenti e quadri sono: “Assistenza Sanitaria 34%”, “Pensioni (12%)” e altre “Assicurazioni (11%)”.
Inoltre – alla luce della ricerca IPSOS – per i manager under 41 prendersi cura della propria salute e di quella del proprio nucleo familiare attraverso strumenti di assistenza sanitaria è diventata una necessità e lo diventerà sempre di più per il futuro per il 46%.

Un altro tema divenuto ormai sempre più importante, soprattutto per i più giovani, è quello del work-life balance, ossia l’equilibrio tra vita privata e professionale, da ottenere grazie a strumenti quali orari flessibili e possibilità di lavorare da remoto. Soluzioni di questo tipo, basate sulla cura dei propri dipendenti, sono ormai irrinunciabili per riuscire ad attrarre,e soprattutto trattenere, i manager più talentuosi.

“Da 25 anni Assidai è il punto di riferimento non solo dei manager italiani e di 52 mila nuclei familiari assistiti, ma anche delle oltre 1.500 aziende che hanno scelto di sottoscrivere con noi un piano sanitario integrativo collettivo come benefit per i propri dirigenti e consulenti”, commenta Giangaetano Bissaro, Presidente Assidai. “Siamo felici di festeggiare oggi il nostro impegno verso gli iscritti e le loro famiglie, che tuteliamo da tutti quegli imprevisti che possono compromettere l’abituale tenore di vita, secondo i principi di mutualità e solidarietà e permettendo l’accesso e la permanenza senza limiti di età, senza selezione del rischio e con l’impossibilità di recesso della copertura tutelando gli iscritti durante l’intero arco della loro vita”.

“E’ stato molto interessante lo sviluppo di questa indagine di mercato in occasione dei 25 anni di Assidai. La ricerca ci ha permesso di evidenziare una potenzialità ancora poca sfruttata dell’assistenza sanitaria integrativa in Italia” afferma Ferdinando Pagnoncelli, Presidente di IPSOS Italia“Abbiamo potuto constatare che di questo benefit, che può concorrere a creare un best place to work, c’è ancora una conoscenza superficiale in un’area consistente sia nel segmento dirigenti/quadri (51%) che responsabili risorse umane (40%). In futuro ci sarà ancora molto da fare”.

“In uno scenario in continuo cambiamento socio-economico la proposta Assidai è quella di costruire un nuovo modello di Sanità Complementare al SSN in un’ottica collaborativa e non sostitutiva, senza scontri ideologici che vedono il privato doversi necessariamente contrapporre al pubblico. Tale nuovo modello dovrà prevedere il ruolo strutturale dei Fondi Sanitari Complementari, adeguatamente regolati da una vigilanza snella e non coercitiva finalizzata alla verifica dell’utilizzo delle risorse che il sistema pubblico intende impegnare attraverso una fiscalità agevolata”, ha dichiarato Marco Rossetti, Direttore di Assidai.

“Riteniamo fondamentale prevedere per il futuro un’adeguata legislazione fiscale che sappia accompagnare lo sviluppo della Sanità Complementare non solo destinata ai lavoratori dipendenti ma allargata a tutti i cittadini,con premialità fiscale da riservare a quei fondi sanitari che rivolgono la loro attenzione alle famiglie e ai pensionati secondo criteri gestionali basati sulla mutualità e solidarietà. Siamo sicuri che questa sarà la strada giusta per riprogrammare il Servizio Sanitario Nazionale mettendo al centro del progetto la persona” ha concluso Rossetti.

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Campania, De Luca: farmacie diventeranno presidi di prima assistenza

Le farmacie campane potrebbero diventare punti di prima assistenza sul territorio. E’ l’idea lanciata dal presidente della Regione, Vincenzo De Luca, nel corso dell’incontro organizzato sabato a Salerno dall’Ordine provinciale dei farmacisti. Tema portante dell’appuntamento la ripartenza del concorso ordinario del 2009, che porterà all’apertura di 78 farmacie in tutta la Campania e di 12 nella sola provincia di Salerno. «Si tratta di una vicenda che sblocchiamo dopo anni di palude burocratica» ha detto al riguardo De Luca «queste lungaggini sono una cosa indegna per un Paese civile. Sbloccare le assegnazioni era un punto qualificante del nostro programma, perché significano centinaia di posti di lavoro, con giovani laureati che possono così trovare un’occasione di impegno. Siamo davvero soddisfatti».

A questa ottantina di nuove sedi, ha poi ricordato De Luca, si aggiungono le duecento del concorso straordinario: «Parliamo di trecento farmacie, che sono un patrimonio di servizi e assistenza». E proprio per questo, ha continuato De Luca, in Regione c’è l’idea di «riqualificarne le funzioni per non avere soltanto farmacie, ma per fare in modo che queste ultime diventino punti di prima assistenza per i nostri concittadini». Le parole del governatore sono state accolte con favore da Federfarma: «E’ un’apertura importante» commenta a Filodiretto il presidente del sindacato titolari di Salerno, Dario Pandolfi «De Luca non è entrato nel dettaglio ma la nostra lettura è che il riferimento sia alla farmacia dei servizi, che in Campania deve ancora decollare veramente».

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Test al sorbitolo per cercare la celiachia e altre patologie

Psicofarmaci, anabolizzanti e viagra: il mercato dei medicinali online sempre più sfuggente con picchi in un anno del + 293%

IL FOCUS

Test al  sorbitolo per cercare la celiachia e altre patologie

Psicofarmaci, anabolizzanti e viagra: il mercato dei medicinali online sempre più sfuggente con picchi in un anno del + 293%

Pochi grammi di sorbitolo, un comune zucchero impiegato soprattutto nell’industria alimentare, sciolti in un paio di bicchieri d’acqua e poi una misurazione a intervalli regolari della quantità di idrogeno rilasciata respirando. È questo il breath test al sorbitolo attraverso cui si cerca di giungere a una prima diagnosi di celiachia o di altre patologie che causano malassorbimento. L’esame si basa sul principio che il malfunzionamento dell’intestino possa produrre un inadeguato assorbimento degli zuccheri. Questi, una volta fermentati dalla flora batterica intestinale, danno origine a gas, come l’idrogeno, che attraversato il circolo sanguigno e i polmoni possono essere rilevati nell’aria espirata.  È per sottoporre a questo test i pazienti che l’ambulatorio di Barletta avrebbe acquistato il sorbitolo killer su eBay. Il più grande sito di e-commerce al mondo è oggi corso ai ripari, cancellando tutte le vendite della sostanza, ma precisando che si tratta di «un sostituto dello zucchero molto diffuso e una sostanza che può essere legalmente venduta, sia attraverso canali di vendita tradizionali che online».

 

IL MERCATO ONLINE – In sorbitolo, in sé, infatti non è un farmaco. Nonostante ciò, il suo impiego in campo medico ha riacceso il dibattito sulla vendita di medicinali online.  Le dimensioni di questo mercato sono tutt’altro che certe. Sicuramente la sua crescita negli ultimi anni è stata esponenziale: «Basti pensare che la ricerca della voce “buy viagra” su Google restituiva nel maggio 2011 29.200.000 risultati, mentre oggi siamo a 106.000.000 (+ 293%), mentre per la voce “buy anabolic” si è passati dai 4.960.000 risultati nel maggio 2011 ai 9.990.000 di oggi (+ 101%)», si legge in una nota del ministero della Salute. È nota ormai da anni anche la classifica dei prodotti più ricercati: psicofarmaci e altri medicinali che agiscono sul sistema nervoso, farmaci per la disfunzione erettile e steroidi.

UN MERCATO SEMPRE PIU’ SFUGGENTE – Il mercato dei farmaci on line –  si è trasformato in pochi anni nel Bengodi delle attività criminali. Il business, infatti, è tra i più redditizi: «Una stima condivisa dalle forze dell’ordine a livello internazionale parla di un guadagno di 2500 euro per ogni euro impiegato illecitamente in questo settore», spiega il ministero della Salute. Inoltre, in breve, la struttura delle organizzazioni è diventata sempre più articolata. Le piccole farmacie online, facilmente rintracciabili, si sono trasformate in vere e proprie holding, che possono nascondere intricate reti internazionali: con farmaci spesso prodotti in Asia, spediti dall’Europa e soldi riciclati in paradisi fiscali. Questo è uno degli ultimi scenari ritratti da Impact Italia, la task force anticontraffazione istituita nel 2007 e di cui fanno parte tra gli altri il ministero della Salute, l’Aifa, l’Istituto superiore di sanità e i carabinieri dei Nas.

ACQUISTO VIRTUALE, RISCHIO REALE – Acquisto virtuale, rischi reali – Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, almeno la metà dei farmaci venduti online sono contraffatti. Ciò significa che quasi mai i medicinali acquistati online possiedono le stesse caratteristiche di qualità, efficacia e sicurezza degli analoghi ottenuti attraverso i canali legali. E i “difetti” possono essere i più disparati.  Molto spesso, sono poco più che acqua fresca: contengono infatti una quantità di principio attivo inferiore a quella dichiarata o completamente assente. Talvolta i principi attivi sono diversi da quelli dichiarati. Altre volte è scarsa la qualità degli eccipienti. Ci sono poi i rischi connessi alla qualità del confezionamento o della conservazione.  Tutto ciò può tradursi nella completa inefficacia del farmaco assunto o dal causare gravi effetti collaterali fino alla morte.

QUANTO SERVONO QUEI TEST? – Sull’efficacia del test al sorbitolo e di altri esami impiegati per la diagnosi delle intolleranze, la comunità scientifica è tutt’altro che concorde.  «Dobbiamo riconoscere che dal punto di vista diagnostico, nel campo della nutrizione, non sono stati fatti gli stessi progressi che si sono registrati in altri ambiti», commenta Eugenio Del Toma, per due volte presidente dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica e ora professore presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. «E non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità invita alla cautela nell’utilizzo di questi test che molto raramente sono suffragati da solide prove di efficacia», continua. Ne esistono dei più vari e ingegnosi, ma a oggi, l’unico esame universalmente riconosciuto è quello per l’intolleranza al lattosio. «In questo caso, però, si tratta di rilevare la carenza di un enzima, la lattasi, che determina la condizione», spiega Del Toma.  In tutti gli altri casi i rischi potrebbero superare i benefici: «Spesso si finisce per togliere ai pazienti componenti nutrizionali importanti, costringendoli a continue rinunce per condizioni che il più delle volte sono stagionali», conclude l’esperto.

Antonino Michienzi

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Anche in Italia esiste il test del Dna fetale per prevedere la Sindrome di Down, ma è poco conosciuto

Dal primo gennaio di quest’anno circola in Italia, e dal 2011 negli Usa, una nuova offerta per le future mamme: il test del Dna libero o del Dna fetale che permette di prevedere con certezza “quasi assoluta” la sindrome di Down e altre alterazioni cromosomiche del nascituro, con un semplice prelievo di sangue ma questa scoperta è passata abbastanza inosservata.

Si tratta di un test che rappresenta una novità clamorosa anche se non è ancora l’esame perfetto visto (non è in grado di scoprire con certezza tutte le possibili alterazioni genetiche che possono provocare malformazioni o malattie nel nascituro), il problema forse è il suo prezzo elevato (1000 euro).
L’esame richiede un semplice prelievo di sangue materno ed è in grado di individuare la trisomia 21 (l’alterazione cromosomica che comporta la sindrome di Down) con il 99,5% di probabilità, più di qualsiasi altro test di screening conosciuto, con un’affidabilità vicinissima a quella degli unici esami diagnostici sicuri cioè  amniocentesi e villocentesi ma senza il rischio di aborto che questi comportano.
Lo stesso vale per le altre due trisomie più comuni, la “18” (sindrome di Edwards, 1 su 6 mila nati) e la “13” (sindrome di Patau, 1 su 10 mila), se pure con un’accuratezza minore, comunque superiore al 90%.
I falsi positivi sono, secondo gli studi effettuati, tra lo 0,1 e lo 0,5%. Il test è già in commercio con almeno con almeno 5 brand diversi, a un prezzo elevato, ma che dagli iniziali 1.200 euro è già sceso sotto i 1.000.
Da quest’anno anche alcuni laboratori privati italiani dispongono del kit di prelievo: da qui il materiale biologico viene spedito in uno dei sei laboratori al mondo che sono per ora in grado di svolgere questa analisi.
I dati degli studi finora effettuati sono schiaccianti, come ha dichiarato il professor Luigi Fedele, direttore della clinica di ostetricia e ginecologia della Mangiagalli di Milano, questo è l’inizio di un cambiamento epocale, soprattutto per l’Italia, dove si registra una percentuale molto alta, più che negli altri Paesi, di amniocentesi e villocentesi.
Quello che sperano gli esperti è di poter offrire a tutte le donne questo test, una volta che sia ufficialmente validato.
Come è nato e come è stato sviluppato questo test? Fin dagli anni ’90 gli scienziati cercavano di percorrere quella che sembrava la strada più logica ossia trovare nel sangue materno cellule fetali e cercare di decifrarne il patrimonio genetico.
Le cellule fetali sono presenti nel flusso sanguigno, ma la loro “lettura” si rivelò assai complicata: occorreva estrarle, coltivarle e sottoporle a un’analisi genetica.
Tali cellule si rivelarono poco adatte a questo processo, spesso non erano integre, perché era molto complesso coltivarle e anche perché, si scoprì successivamente, nel sangue di una madre non primipara è possibile trovare le cellule dei figli precedenti.
La svolta venne nel 1997, quando un professore cinese di Hong Kong, Dannis Lo, annunciò in un famoso articolo sulla rivista “The Lancet” la presenza nel sangue di filamenti di Dna libero (piccoli frammenti circolanti composti da una mescolanza di materiale genetico materno e fetale) prodotti dalla gravidanza in corso.
Questi filamenti di Dna libero sembravano ancora più difficili da decifrare e invece, grazie alle tecniche di sequenziazione ed espansione del materiale genetico e soprattutto alla recente conoscenza della nostra mappa cromosomica, è stato fatto.
Il processo è assai complesso, ma in pratica si procede facendo moltiplicare i frammenti di queste piccolissime quantità di Dna che la “libreria” genetica classifica come caratteristici dei un determinato cromosoma.
Dopo di che si procede a una valutazione quantitativa. La trisomia 21, responsabile della sindrome di Down, è così chiamata perché accanto ai due cromosomi 21 (i cromosomi sono sempre in coppia) ce n’è un terzo o parte di un terzo.
Una quantità anomala di frammenti di cromosoma 21, superiore a uno standard conosciuto, segnala la sindrome di Down.
Allo stesso modo, si è proceduto per le altre due trisomie, la 18 e la 13, la stessa stima può essere effettuata per i cromosomi sessuali, la 24° coppia, che sono chiamati X e Y, per la loro forma: come è noto le femmine hanno una doppia X e i maschi una X e un’ Y.
Quello che è interessante è il fatto che anche i cromosomi sessuali possono essere tre o anche uno solo, alterazioni non così rare come si pensa e che danno origine a diverse sindromi: quella di Klinefelter (XXY), di Jacob (XYY), di Turner (X), e quella detta Triplo (XXX).
Anche queste anomalie dunque sono facilmente individuabili con la stessa tecnica. In questo campo si pone però il problema che in molti casi queste sindromi non comportano problemi di salute o mentali (molti se ne accorgono per caso da adulti di avere queste varianti) e si teme quindi un eccesso eugenetico.
Lo, con la sua équipe di Hong Kong, ha sviluppato nell’arco di un decennio le idee e le tecniche che hanno portato alla realizzazione del test.
Dopo è iniziata la battaglia commerciale, tuttora in corso, che ha portato alla nascita di quattro società californiane e di una cinese che si contendono un mercato che si prospetta molto lucroso.
Sul piano scientifico, una ricerca multicentrica (NICE) conclusa nel 2011, guidata dall’Università di Stanford e due studi indipendenti condotti da un centro pubblico inglese guidato dal prestigioso professor Kyprios Nicolaides, hanno portato alla validazione del test da parte di molte società scientifiche, americane e internazionali.
Non c’è invece alcuna approvazione da parte dell’FDA o da parte del’’Emea, perché l’esame viene considerato test di screening e non diagnostico.
Gli unici esami diagnostici certi sono amniocentesi e villocentesi quindi se una donna risultasse positiva a uno di questi test dovrebbe sottoporsi all’esame per confermare la diagnosi.
Tutti gli studi sono per ora convincenti, ma è tuttora in corso, un grande studio su una vasta popolazione di gestanti (non solo quelle considerate a rischio), soprattutto per chiarire la quantità di falsi positivi.
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Cancro alla prostata: si sperimenta un nuovo test delle urine

Ricercatori dell’Università del Surrey, in Gran Bretagna, stanno sviluppando un metodo più semplice per diagnosticare il cancro alla prostata attraverso l’esame delle urine. Il test individua la proteina EN2 che negli uomini è associata in prevalenza, secondo gli studiosi, alla presenza di cellule tumorali della prostata. Secondo Hardev Pandha, che guida il team di ricerca, l’esame è più preciso della misura dell’antigene prostatico specifico (Psa), in quanto questi valori possono non essere determinanti per la diagnosi del tumore. EN2 ha invece una funzione nello sviluppo dell’embrione, dopo di che la sua produzione si “spegne”. “Solo raramente troviamo EN2 nelle urine di uomini che non hanno il cancro – afferma Pandha autore dello studio su Clinical Cancer Research -, se troviamo EN2 possiamo essere ragionevolmente sicuri che un uomo ha il cancro alla prostata”. Il kit per l’esame potrebbe essere disponibile nei prossimi 2 o 3 anni.

Lo studio è stato condotto su 288 uomini, alcuni dei quali colpiti dal cancro. Questo nuovo marcatore si è dimostrato attendibile nel 66% dei casi tra gli uomini che avevano il tumore. Resta un 34% di casi non diagnosticati, cosa che fa ritenere che il test, seppure molto sensibile, al momento non possa essere usato da solo, ma in combinazione con altri strumenti diagnostici. Secondo Pandha, “serivanno studi più ampi, con il coinvolgimento di più soggetti”, per verificare la possibile estensione come screening di massa.